mercoledì 22 febbraio 2012

Il segreto dello sciamano

I Maya elaborarono un’eccezionale «tecnica della resurrezione», basata su rituali, sacrifici e stati alterati della coscienza, che mirava a preservare l’essenza dello spirito umano oltre la morte corporea.

A detenere il segreto dell’immortalità erano gli sciamani: per loro gli uomini devono essere capaci di «abbracciare» il lato oscuro del mondo, la crudeltà, la sofferenza e la morte, poiché soltanto attraversando le tenebre si perviene alla luce.E se i Maya sapessero qualcosa sulla natura di Dio, sullo scopo della vita umana, sull’esistenza ultraterrena, e sulla via per approdarvi, che noi, come popolo e come civiltà, abbiamo dimenticato?
Per queste antiche genti l’universo e la vita stessa erano un’imponente forma d’arte posta in essere attraverso l’immaginazione dalle visioni estatiche divine. Realizzando le proprie opere d’arte a imitazione di tale estasi creativa, gli sciamani maya credevano di poter partecipare alla continua creazione del cosmo, di «mettere al mondo» Dio e di garantirsi la vita eterna. Era convinzione maya che l’Ente Divino fosse l’anima di tutto il creato, animato e inanimato, e il mondo la materializzazione del suo impulso esuberante a esprimere se stesso in una caleidoscopica molteplicità di forme ed entità, demoni e dei inclusi.
La forza energetica elargita sia agli dei che al mondo era detta ch’ulel o «forza vitale» o «essenza vitale». L’esistenza di divinità e creato dipendeva dalla circolazione costante di tale energia sovrannaturale, veicolata principalmente attraverso l’itz, il sangue. Nell’ottica maya lo strumento principe per mantenere attivo il circolo di forza vitale e, quindi, assicurare all’universo non soltanto la vita, ma anche un processo inesausto di resurrezione, era quello del sacrificio umano, in specie del sacrificio della decapitazione.
Per i Maya i sacrifici rituali rappresentavano i gradini culminanti di una tecnica della resurrezione, costruita con grande attenzione, attraverso cui si perveniva all’immortalità dell’anima. La vita si sarebbe assicurata la palma della vittoria soltanto se avesse accolto appieno la morte, se avesse abbracciato l’oscurità, oltre che la luce, dell’Ente Divino.
Secondo Carl Jung, padre della psicologia del profondo, alla base degli antichi miti soggiacciono significati psicologici comuni a tutti i popoli e a tutti i tempi, indipendentemente dal background culturale particolare.

Nell’ottica junghiana gli archetipi sono le componenti vitali di ciascuna anima umana, i mattoni, in definitiva, di quello che egli chiamava il «Sé», il fulcro divino dell’anima, mai pienamente conoscibile, dove uomo e Dio si fondono in un tutto inscindibile.
si scopre che le divinità e i demoni di questa civiltà, qualsiasi cosa essi fossero in origine, sono rappresentazioni delle strutture della nostra stessa anima e che le vicende e gli antagonismi di queste entità ultraterrene sono espressioni dell’interazione delle forze psicologiche e spirituali interiori. Il parallelismo tra questa moderna concezione e le credenze degli sciamani medesimi, secondo cui demoni e divinità, lo stesso universo, albergano nell’anima umana, appena oltre la soglia della normale coscienza.
Le più grandi forze spirituali dei Maya – la loro accettazione dell’aspra realtà di sofferenza e crudeltà; la credenza nell’inseparabilità e nell’interscambiabilità di creazione e distruzione, bene e male, vita e morte; la certezza che alla luce si pervenga soltanto dopo aver abbracciato le tenebre; la nozione di una salvezza difficile da conquistarsi; l’esperienza estetica della vita – potrebbero completare e riempire con grande efficacia le nostre tradizioni spirituali.
Tutte le autentiche tradizioni spirituali insegnano che il trionfo della vita sulla morte è un traguardo da raggiungersi qui, perché sia garantito di là, e che la vittoria dell’anima nell’«eterno presente» dell’Aldilà (il mondo supero che trascende, soggiace e sovrasta ogni singolo momento dell’esistenza umana) rimodella l’individuo nella sua forma terrestre, tramutandolo in una creatura in grado di procurarsi il destino eterno.

Che la scoperta dei tesori maya sia più che pura e semplice archeologia è un fatto quanto mai evidente. Non solo. Essa andrebbe riconosciuta come pertinente all’archeologia dell’anima, una sorta di «dissotterramento» delle profonde verità sulla vita che, in certo senso, ciascuno di noi già possiede latenti nel proprio intimo, sepolte o dimenticate a vantaggio di interessi più superficiali.
Si sa, per esempio, che la nazione maya fu la diretta erede delle tradizioni spirituali dei primi cacciatori asiatici, che avrebbero attraversato l’antico istmo dall’Asia all’Alaska, spingendosi quindi attraverso questo emisfero disabitato fino alla punta del Sudamerica.
È risaputo che i primi indiani portarono con sé dalla madrepatria asiatica importanti aspetti del proprio universo spirituale, quali lo sciamanesimo, il culto degli antenati, la credenza che l’universo fosse quadripartito, con al suo centro una quinta dimensione verticale, l’idea che al di sopra e al di sotto della terra esistessero vari livelli di realtà spirituale, la convinzione che giada, selce e cristalli di pirite potessero servire alla comunicazione con gli spiriti, la tradizione della trance estatica per aprire le porte dell’Aldilà e liberarne le energie mortifere e quelle apportatrici di vita, la pratica del sacrificio umano e una fede incrollabile nella sopravvivenza dell’anima alla morte corporea.

Gli antichi Maya vivevano ogni singolo istante della propria vita nell’allucinazione di tale terribile bellezza. Era questo un modo come tanti di osservare il mondo da una prospettiva divina, che consentiva loro di sfogliare, uno dopo l’altro, gli strati della realtà, sino a che il palpitante centro ultraterreno, fra l’altro custode della possibilità di resurrezione, non avesse varcato i portali schiusi.
la bellezza che va ben al di là di un semplice «fermarsi ad annusare il profumo delle rose», perché tale bellezza non si limita a essere fragrante, ma è feroce, selvaggia e meravigliosa, come i sogni. È l’incanto terrificante dei buchi neri che ingoiano le galassie, degli incendi boschivi che divampano indomiti, dei continenti incastrati nei ghiacci, della nascita. Nella sua forma più sostanziale, questa crudele bellezza, che preme per uscire dai nostri oscuri penetrali.

Tutte le maschere, i costumi e i disegni corporei maya erano concepiti per portare l’invisibile potenza divina dentro questo mondo per il tramite della persona portatrice dei magici emblemi, veicoli di forza spirituale in quanto immagini esteriorizzate della terribile bellezza presente all’interno dell’anima umana e sotto la superficie della terra. I simboli erano una sorta di gioco con gli strati della realtà, affinché l’essenza oscura e luminosa delle cose potesse essere resa visibile e affrontata.
La ricerca del sapere, inoltre, li metteva sulle tracce dei nessi segreti delle cose. In loro regnava la convinzione che tutto fosse interrelato e, in definitiva, connesso in una mirabile unità.
Assieme all’individuazione degli intimi nessi tra le cose, il fatto di recuperare il punto di vista divino consentiva ai Maya di discernere la verità dalla falsità, la realtà dall’apparenza,
Queste antiche genti ritenevano che nulla è come appare o, meglio, che tutto è più di quanto appaia. Al centro delle istruzioni maya per la resurrezione dell’anima regna la convinzione che persino la vita e la morte siano altro da ciò che sembrano all’apparenza: la prima si trasforma nell’altra secondo modalità allucinogene, da sogno. Il bene è descritto come contenente in sé il germe del male, il male è visto come miracoloso procreatore del bene. L’intero creato, compresi gli esseri umani (le società, le istituzioni, le relazioni), porta in sé il seme della propria distruzione. Ma dalla decomposizione e dalla rovina emerge la vita nuova.
I Maya pensavano che la vera morte fosse la morte dell’anima, della splendida capacità umana di sentire e pensare, di farsi reali, come reali erano gli dei, attraverso l’intensità emotiva e la lucidità del pensiero. Per queste genti, il valore più elevato e l’espressione più pura e potente di Dio nella vita umana non era già la perfezione morale, ma l’ideale estetico della terribile bellezza.
Il vertiginoso, sontuoso spettacolo della natura, animata e inanimata, era la manifestazione di tali creature, esse stesse meri aspetti di un Ente Divino che, attraverso il suo eterno rapimento, trasmetteva al mondo un’estatica vitalità.
Per loro il cielo, il mare, i fiumi e i torrenti, la terra con le sue alte montagne, le sue valli fertili, i suoi temibili antri, le combinazioni climatiche, persino le pietre stesse, tutto insomma era vivo e pulsava di ch’ulel. Ogni cosa palpitava della selvaggia, indomabile presenza delle divinità creatrici dell’Inferno-Aldilà. La collocazione di questo regno su tutta la superficie esterna della ceramica denunzia la credenza maya che la dimensione spirituale duale circondasse e avviluppasse completamente lo spazio e il tempo ordinari. Un po’ come il rinomato «Tempo del Sogno» degli aborigeni australiani,l’Inferno-Aldilà esisteva in una forma spazio-temporale aliena, che i moderni teologi definiscono «l’eterno presente», uno spazio-tempo che ripete ad infinitum i propri sacri moduli, senza un inizio e senza una fine.
Per i Maya il Serpente-Albero frutto della visione estatica del Primo Signore era il simbolo del centro dell’universo e dell’anima umana, ricco e carico di ch’ulel, l’emblema che dava a entrambi vita e potenzialità di rinascita.

Nell’ottica maya l’universo era un’esuberante celebrazione di frattali. Tutto si ripeteva in una varietà infinita di forme e dimensioni, tutto era trasformazione riflessa della medesima, sotterranea potenza vitale.
L’insieme di questi elementi rappresentava il complesso dei frattali del centro rinnovatore, ricreatore, apportatore di vita. Privo di una localizzazione unica e definita, al pari della descrizione mistica di Dio («Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza è senza luogo»), il centro maya era ovunque un individuo che poteva accedere allo stato emotivo alterato dell’estasi del sangue. Allora, l’universo in apparenza solido rivelava d’un tratto la sua autentica natura indistinta e una porta si schiudeva sul realmente Reale.
Ruotando lenta nel firmamento, sorgendo e tramontando, la Via Lattea era l’universo nell’atto di varcare la soglia dell’esistenza.

Nella prospettiva maya il tempo era la replica cronologica della grande storia di morte e rinascita, che avveniva «sopra» il tempo, nell’«eterno presente» dell’Aldilà. Le ore, i giorni, i mesi, gli anni, le decadi e i più estesi cicli temporali riconosciuti dai Maya erano i modelli – riproducentisi in aeternum – del ritmico andirivieni degli esseri divini. Il moto di sole, luna, pianeti, costellazioni e della Via Lattea svelava agli sciamani lo sviluppo temporale nella volta celeste. E mentre le stagioni delle piogge e della siccità si avvinghiavano turbinanti nella lotta per il potere, il tempo costringeva l’intero creato a ricoprire un ruolo specifico nel cosmico dramma. Al pari dello spazio, esso era quadripartito: la forma dell’universo era forma del tempo tanto quanto lo era delle strutture fisiche. Dividendosi in quattro, il tempo animava ogni singola parte del cosmo. E anch’esso si esprimeva in riflessi: le ore notturne erano i nove frattali del Signore della Morte; i mesi, ciascuno costituito da venti giorni, detti uinal, ossia «esseri umani», erano repliche gigantesche delle dita di mani e piedi umani e miniature di quattro periodi di cento anni ciascuno, chiamati baktun. Ogni giornata, per i Maya, era la solenne manifestazione del tragitto da oriente a occidente, attraverso l’arco celeste, del Mostro Cosmico.

Nell’ottica degli sciamani, gli accadimenti umani erano regolati nel modo migliore per risuonare sia delle impercettibili vibrazioni, sia dei fragorosi impeti della potenza degli dei, impegnati in un continuo distruggere e ricreare i modelli temporali.
Nel contempo, si accorgevano che le azioni umane avevano un influsso sull’Aldilà e riconfiguravano lo stesso tessuto spazio-temporale: la costruzione di piramidi-tempio, piazze e corti delle palle modificava la griglia del potere divino in natura, mentre gli importanti avvenimenti umani producevano svolte nello scorrere del tempo.
Ma le predizioni sulla fine del mondo sono autentiche profezie o cos’altro? Di certo vi è una profonda saggezza spirituale ed emotiva nella credenza che il mondo debba finire. È una convinzione che fa presa sul cuore stesso dell’anima umana, coinvolgendola con un universo vivo; che può stimolare a esperire spazio e tempo come entità viventi, mobili e mutabili, come un grande rettile, che periodicamente si squama con cosmici cataclismi, per poi rinnovare tutto. Ancora, le sensazioni di panico e speranza provate da tanta gente nel corso dei secoli riguardo alla fine del mondo, anziché essere storia, sono forse proiezioni esterne delle morti e delle rinascite personali, attese con ansia. Forse la fine predicata dai Maya è veramente un cataclisma interno all’anima, quando l’oscura porta del suo annientamento le si profila dinanzi, ed essa a un tempo paventa e agogna il proprio «momento della verità». Forse, aspettative e paure intorno alla fine del mondo sono messaggi codificati inviati dall’anima, in forma di «geroglifici» (immagini e simboli rigettati in superficie attraverso i sogni e gli istanti di intensa attività fantastica), come moniti a proseguire la nostra resurrezione personale.
La struttura a tre strati dell’universo maya, con le sue immagini apparentemente infantili di un Oltretomba a rovescio, potrebbe cessare di sembrarci non scientifica e ingenua se considerassimo il fatto che le descrizioni mitologiche sono sempre proiezioni esterne delle nostre strutture e del nostro temperamento psicologico.
Nell’Aldilà maya Jung avrebbe anche potuto scorgere quella presenza opprimente e misteriosa al centro di ogni essere umano, da lui detta il Sé, l’immagine del Dio interiore. La convinzione maya, comune a tutti i sistemi spirituali dell’antichità, che gli esseri umani fossero microcosmi dell’universo, che tutte le cose fossero le une il riflesso delle altre, tra loro correlate, trova conferma nella psicologia, nella filosofia e nella scienza moderne. Jung tradusse l’antico detto «come in cielo, così in terra» nella verità psicologica «come all’interno, così all’esterno». A molti un’attenta riflessione rivelerà che le nostre realtà esterne tendono a rispecchiare gli accadimenti interni.

Il filosofo Alfred North Whitehead affermò di aver matematicamente dimostrato l’esistenza di un nesso reciproco tra tutte le cose, una teoria che denominò della «causalità a distanza». Egli sostenne che gli eventi nelle lontane galassie si trovano in un rapporto di causa-effetto con gli avvenimenti della quotidianità umana, giacché tutto nell’universo è in collegamento. Dello stesso avviso sono anche i nuovi studi sui frattali e la moderna cosmologia, quando sostengono che tutti i modelli e le forze che vediamo oggi erano già racchiusi nella primitiva palla di fuoco, da cui esplose il cosmo durante il big bang. Entrambe le discipline hanno dimostrato che, pur accresciutosi per dimensione, l’universo ha saputo conservare la propria unità primigenia.

L’idea maya che il mondo sia impegnato in un processo di mutuo arricchimento e sviluppo con l’Aldilà, che si risolve in una sorta di evoluzione tra le varie epoche cosmiche secondo modelli ripetitivi di nascita, distruzione e rinascita, è confermata dalla cosmologia moderna, dalle teorie sull’evoluzione e dalla filosofia del processo di Whitehead.

Nell’ottica maya l’universo, e con esso la vita umana, in un modo o nell’altro era frutto dell’amore feroce di un Ente Divino, la cui estasi sanguinaria e allucinatoria aveva posto in essere le divinità creatrici stesse. Tale era la potenza di questo ardente amore, da riuscire a tramutare il nulla in qualcosa e da mettere in moto la resurrezione della vita dall’abisso della morte eterna attraverso una sofferenza autoinflitta. Secondo i Maya, la forza vitale necessaria a creare, dare sostentamento e ricreare ad infinitum l’universo e gli esseri umani era scaturita dallo spaventevole autosacrificio dell’Ente Divino.
Dal canto suo, il genere umano era chiamato a farsi partecipe di questa originale offerta divina ripetendola in rituali autosacrificali, sì da perpetuare la circolazione dell’energia creativa di Dio in ogni livello della realtà.

Agli occhi dei contemporanei educati secondo i principi della tradizione giudaico-cristiana l’importanza capitale riservata dai Maya ai riti del sangue potrebbe apparire rivoltante. Però, come hanno sottolineato studiosi delle religioni della statura di Mircea Eliade e Joseph Campbell, al fondo di tutte le tradizioni spirituali si riscontra un sacrificio primordiale.
Un altro bacile del periodo classico maya mostra l’universo nascente dispiegarsi dalla visione successiva al salasso rituale dell’Ente Divino. Rinvenuta ad Acasaguastlan, Guatemala, questa magnifica ceramica ritrae l’estasi del dio Sole (un aspetto dei Gemelli) assiso nell’Aldilà, le gambe incrociate e le mani giunte al petto, nella posa rapita degli sciamani maya durante la trance del salasso. Stretti tra le sue mani, due Serpenti delle Visioni piumati gli si snodano attorno alle braccia, ergendosi infine su ambedue i fianchi, allegoria della luce e delle tenebre, della vita e della morte, dell’Empireo e dell’Inferno, rappresentazioni della dicotomia presente al centro dell’esperienza spirituale maya. Il rettile alla destra del dio Sole riluce di segni riflessi e simboli dello splendore sovrannaturale. Fatto alquanto strano e inesplicabile, la divinità solare emerge dalle sue stesse fauci. La serpe di sinistra porta i simboli delle tenebre e delle acque dell’Oltretomba, e manifesta la propria visione in forma di foglia e di essere umano. Avviluppati alle spire dei due serpenti artefici del mondo vi sono animali, uomini, il Mostro Cosmico e un dio della morte con in mano una testa mozzata. Il serpente del sottosuolo sta a dimostrare che la vita vegetale e l’esistenza umana scaturiscono dalle regioni acquatiche e tenebrose sottostanti la superficie terrestre, mentre il rettile luminoso rappresenta Dio che pone in essere Se Stesso nell’Aldilà per mezzo dell’immaginazione.
La spiritualità della creazione ritratta sul bacile di Acasaguastlàn è sorprendentemente simile alle credenze indù. Nell’induismo l’universo creato è una visione di Brahma, il quale, dormendo nell’atemporalità del mondo «immanifesto», con il proprio respiro conferisce una forma concreta, fisica, ai suoi sogni. In questi sogni egli immagina addirittura se stesso, proprio come immagina ogni cosa da lui generata, in specie gli esseri umani.

Al momento di rivolgersi all’Ente Divino per supplicare aiuto, l’iter a cui gli antichi Maya si sottoponevano per ottenerlo andava ben oltre i patti nevrotici che tanti contemporanei tentano di stringere con una divinità in cui sovente non credono e che quasi non si danno premura di consultare… finché non piomba loro sul capo qualche catastrofe.
è lecito pensare che i Maya raggiunsero un profondo livello di saggezza esoterica, in base alla quale Dio e gli esseri umani, immaginandosi l’un l’altro, si rendevano l’un l’altro reali.
Alfred North Whitehead propose una teoria del «processo» divino, secondo la quale la creazione in corso dell’universo avverrebbe per la mutua interazione di esseri umani e divinità. Per usare il linguaggio di Whitehead, Dio «adescherebbe» le creature del mondo con delle «proposte creative». Nel contempo, ciascuna «proposta creativa» avanzata dalle sue creature contribuirebbe all’ulteriore svolgersi e svilupparsi dell’Ente Divino stesso. In tal modo, l’aspetto manifesto e quello non manifesto di Dio si genererebbero a vicenda, rendendosi l’uno con l’altro via via più reali.
Scopo ultimo dell’estrazione del sangue nella civiltà maya era l’approdo all’unità estatica con il Dio della creazione. Alla passione divina tramite il dolore, alla trascendenza tramite la passione divina: il salasso era un modo di apprendere a vivere in eterno.
In nessuna religione l’unità estatica con la divinità vanifica il rapporto di dipendenza tra creatura e Creatore, che si esplica in atti di devozione, nella confessione, nella supplica e persino nell’evocazione. Al contrario, colui che realizza la fusione con il Divino va oltre l’esperienza dell’ego di sé come essere finito, poiché perviene all’intimo fulcro dell’anima dove Dio e individuo sono un tutt’uno. È questa una parte dell’anima che gli induisti chiamano «Atman», i buddhisti «Essenza della Mente» e Jung il «Sé». Per tutte le tradizioni arcaiche di saggezza, compresa quella maya, si tratta del lato infinito ed eterno dell’essere, con cui ciascun ego deve instaurare un rapporto creativo, autotrascendente, se desidera sopravvivere alla morte del corpo.
La ricerca dell’estasi spiega da un lato la dipendenza dalle droghe e dal consumo di sostanze stupefacenti da parte di mistici e veggenti di molti culti; dall’altro ogni tipo di comportamento sessuale, nonché il fascino esercitato sull’uomo dalle atrocità. Ma l’esperienza più forte di estasi è una combinazione di tutte le sensazioni elencate, quando, cioè, in un indimenticabile momento, si riesce a toccare il Dio nascosto, il terribile e meraviglioso Mistero che ha dato origine alle cose, che le fa splendere e danzare in virtù della Propria potenza vitale.
Insegnano i saggi induisti che tutti gli individui sono in realtà Brahma che ricopre il loro ruolo. E Brahma recita la parte con tale maestria (i Suoi poteri sono infiniti), da «dimenticare» la sua vera identità. Compito dell’anima umana è ricordare. Quando ciò accade, spiegano i guru, essa si spoglia del proprio sé individuale per raccogliersi in un’unità perfetta con Brahma.
In contrasto con gli insegnamenti di innumerevoli tradizioni mistiche, orientali quanto occidentali, secondo cui la meta dell’assimilazione estatica con Dio è l’annichilimento dell’ego, gli antichi sciamani maya cercavano un equilibrio tra l’impulso all’auto-annullamento e l’ardente desiderio di conservare la propria identità individuale. Dal modo in cui ritrassero maschere e costumi si comprende che essi riuscirono nel proprio intento.
dall’arte, dall’architettura e dagli scritti maya trapela quello che all’apparenza si rivela un profondo, intenso desiderio di un quasi completo abbandono del sé individuale nella terribile e mirabile unione con un Qualcosa di gran lunga più vasto, più permanente e più reale dell’io. Come per il resto dei nativi americani, per i Maya l’Aldilà era assai più vero del regno terrestre fatto di sogni e illusioni. Sulla base di tutte le nozioni disponibili si comprende che l’anima maya era bramosa di trapassare la superficie mondana, di celebrarsi e mettersi alla prova nella dimensione ultraterrena dell’incubo e della beatitudine; che desiderava ardentemente trovare, o creare, i luoghi dove il mondo fisico sarebbe diventato trasparente all’altra, più viva dimensione. Era quello il teatro dove il dramma di morte e resurrezione si svolgeva realmente, in eterno, con maggiore intensità, crudeltà e gioia rispetto alla sua replica allucinatoria sulla terra.
La dolorosa verità che tutte le significative creazioni richiedono un enorme dispendio di energia fisica ed emotiva, un investimento spirituale intenso e focalizzato, tale da implicare sovente il sacrificio di altre sfere dell’esistenza,
Tutti sanno che il raggiungimento di qualsiasi importante traguardo della vita esige «sangue, sudore e lacrime».
In una cultura che sbandiera false promesse di gratificazione istantanea, sarebbe utile per indurre a riflettere su cosa chiede l’universo in cambio dei successi personali. Gli autentici traguardi e le conquiste derivanti da ciò che veramente siamo e da ciò che veramente abbiamo bisogno di fare della nostra esistenza comportano sempre l’assolvimento del debito con la parte occulta, brutale della vita e con le potenze divine che la generarono. Nell’ottica degli sciamani maya è questa la meta più elevata e più urgente: il presiedere la morte della morte.
La ricerca maya della rivelazione non era un perseguire una beatitudine color pastello, bensì un desiderio di passione divina, la passione provata dall’Antenato allorché Qualcosa di più profondo e di più potente di lui gli trafisse il cranio per scuoterlo alla visione di un universo risorgente.

Il Popol Vuh attribuisce la genesi all’operato degli Antenati, nei loro aspetti rispettivamente di Pecari e Tapiro Celesti, chiamandoli «L’Artefice» e «La Modellatrice».
Fatto davvero straordinario, al pari della moderna teoria dell’evoluzione, la leggenda riportata nel Popol Vuh illustra la creazione come una serie di epoche cosmiche, durante le quali la materia vivente, nei suoi svariati aspetti, prospera e si estingue, seguita da forme di vita più evolute, in un progressivo «fiorire» dell’Essere nel tempo e nello spazio. Addirittura, gli esseri umani sono rappresentati come il risultato dello sviluppo da antichi primati.
Costruire una casa, realizzare un nuovo programma per computer, ideare un miglior sistema di gestione d’ufficio, insegnare, fare l’amore, educare un figlio: tutto è un effondersi dell’Essere. Che accadrebbe se cominciassimo a osservare questi atti di affermazione della vita dall’ottica maya, ossia come manifestazioni concrete dei fulmini-Kauil di una resurrezione in corso? Che ne sarebbe di noi se ci convincessimo, come i Maya, di essere in lotta per difendere la nostra stessa esistenza e che la vittoria, o la sconfitta, dipenderà dalla quantità e dalla qualità delle nostre azioni creative?

La parola «Dio» non è un nome, bensì un titolo usato in riferimento all’innominato centro sovrannaturale in cui l’essere umano è posto. Il titolo riservato dai Maya a Dio, «La Cosa Sacra», esprimeva la loro esperienza dell’oscura essenza divina come un qualcosa che, alla fin fine, era impossibile descrivere in termini umani.

Per gli antichi Maya la tremenda bellezza esperibile in ogni singolo aspetto della vita era l’espressione diretta della mistione integrata di bene e male, creazione ed eversione, vita e morte, propria della Cosa Sacra. L’Ente Divi no chiedeva agli esseri umani di diventare come Lui, di incarnare la Sua gioia feroce. Pervenire alla Sua stessa interezza era il prezzo che l’anima doveva pagare in contraccambio dell’immortalità.
Al pari di sciamani e mistici di varie religioni, i Maya credevano che ogni cosa nascesse, prosperasse e morisse in seno all’Ente Divino, come espressione della Sua essenza cupa e brillante. Le divinità erano manifestazioni rifratte del grande Mistero che trovava diletto nel moltiplicarsi e nel dividersi in innumerevoli esseri viventi, ciascuno con un insieme di qualità diverso.

Contrariamente a quanto molte persone hanno appreso nelle proprie chiese o sinagoghe, più che di genere la differenza tra politeismo e monoteismo è una differenza di enfasi: le spiritualità politeistiche enfatizzano, cioè, i numerosi volti dell’Ente Divino, mentre le religioni monoteistiche ne sottolineano l’unità
Alle persone cresciute nelle tradizioni spirituali giudeo-cristiana e musulmana si insegna in genere a credere che il concetto di monoteismo sia più avanzato di quello di politeismo. In realtà, anche l’esperienza di un Ente Divino sfaccettato possiede dei vantaggi. Tra questi il fatto che la celebrazione della ricca diversità delle forze sovrannaturali in seno a Dio consente al credente di capire che la lotta tra bene e male, creazione ed eversione, vita e morte non è un avvenimento esterno all’Ente Divino, un confronto tra un Dio finito e una potenza autonoma quale Satana. E questo modo più onesto di considerare l’Ente Divino è di aiuto a non dimenticarne l’immensità. Incapaci di ridurre la battaglia tra la vita e la morte allo scenario «il Buono versus il Maligno», siamo costretti ad affrontare la verità che il «Dio oltre Dio» sia di gran lunga più misterioso dei nostri umani agi e disagi.
Raffrontate con attenzione tutte le prove accumulate dai ricercatori negli ultimi vent’anni, si è appurato che i Maya erano convinti dell’esistenza di un ciclo vitale dell’anima, che s’iniziava in paradiso, continuava sulla terra come partecipazione spirituale alla battaglia per la sconfitta e l’assorbimento delle forze di distruzione e morte, e sarebbe terminata in un’eterna celebrazione della vita e dell’Essere. Il destino ultimo, che l’anima poteva determinare per sé, dipendeva dalla perfezione con cui avrebbe saputo costruire un «Corpo di Resurrezione» duraturo nel suo soggiorno sulla terra.

Nel suo Surangama Sutra, Buddha dichiarò: … qual meraviglia che tu… abbia supposto… che tutte le cose eterne, le montagne, i fiumi, i vasti spazi aperti, il mondo intero, fossero al di fuori del tuo corpo? Qual meraviglia che tu non sia riuscito a capire che tutto quanto hai così erroneamente concepito possieda un’esistenza soltanto in seno alla tua splendida, illuminata Mente della Vera Essenza?… Questa «Mente della Vera Essenza», predicò il Buddha, è il fulcro dell’anima umana, immortale e infinita, quella che le religioni occidentali definiscono imago Dei, l’immagine di Dio» interiore.
Cogliere l’idea che tutto sia racchiuso nell’anima, i guru induisti insegnano la consuetudine di dire «Io sono questo!» ogniqualvolta affiora in loro la tentazione di credersi illusoriamente creature distinte, separate dal mondo «esterno». Jung affermò che tutto quanto accade all’individuo, accade all’interno della sua immaginazione o, per usare le sue parole, in seno alla «psiche».

Secondo gli sciamani maya, dacché l’universo è realmente interno agli esseri umani, costoro si trovano a cavalcioni di tutte le dimensioni della realtà!

Nella moderna cultura occidentale la gran parte della gente ha imparato a credere che l’anima, se esiste, è un sottoprodotto del corpo. Orbene, i Maya erano convinti dell’esatto contrario. Dalla loro prospettiva il corpo era una manifestazione dell’estatica attività visionaria della Cosa Fiore Bianco.
Considerato che il corpo era un’espressione dell’anima, in realtà era quest’ultima che attraversava i mondi. Essa possedeva un fulcro sia personale che infinito, eterno o transpersonale. I Maya chiamavano il primo uich, il «volto», quell’aspetto unico di ciascun essere umano, impresso con il conio della personalità e delle esperienze di vita squisitamente individuali, la parte che si rifiutava di fondersi semplicemente con l’Ente Divino, che insisteva sulle proprie gesta eroiche e intelligenti,
nella prospettiva maya, l’anima stessa rappresentasse una porta di accesso dall’Altro-dove e dall’Altro-quando, che nel proprio fulcro albergava energia ofidica. Residente nel cuore di sak-nik-nal, quest’ultima non cessava di voler manifestare se stessa nell’esistenza terrena dell’anima.
È noto oggigiorno che gli ornamenti floreali indossati sulle orecchie dagli antichi re-sciamani al momento di impersonare l’Albero del Mondo nell’istante in cui questo era innalzato dall’Antenato per dare avvio alla creazione non erano puri e semplici abbellimenti, bensì immagini della Cosa Fiore Bianco.
Se al significato di tale particolare si accosta la notizia che la fioritura del ceiba avviene intorno al 5 febbraio, Giorno della Creazione nella mitologia maya, si ottiene un risultato stupefacente: si capisce, cioè, che le anime umane furono poste in essere nell’attimo preciso in cui l’Antenato eresse il gigantesco Albero e diede inizio al nuovo universo. Il fatto che il ceiba cominci a germogliare prima del 5 febbraio potrebbe forse significare che le anime furono in realtà create prima della nascita del cosmo. Un’interpretazione alternativa di tale dettaglio è legata al ciclo di fioritura dell’albero, che in genere produce germogli soltanto una volta ogni dieci anni all’incirca, per cui le nuove anime verrebbero originate in grappoli, o in cicli di raccolti, a intervalli cosmici intermittenti.
L’albero di ceiba fiorisce soltanto sulla cima, così in alto che da terra si fatica a scorgerne i fiori. Tradotto nel corpus mitologico maya, questo dato di fatto biologico denuncia la credenza sciamanica che l’anima umana nacque nel luogo da cui scaturì l’intera creazione, nei rami-«Cielo Risorto» dell’Albero del Mondo da poco innalzato.
fuor di metafora, che l’anima fosse un’entità rigeneratrice fin nella sua sostanza. Accostando tale concetto all’immagine del serpente fallico dimorante al centro di sak-nik-nal, nonché all’evocazione da parte dei re-sciamani del fertile Albero del Mondo, si scopre che il compito fondamentale della Cosa Fiore Bianco nel corso della propria terrena esistenza era quello di generare più «Alberi del Mondo». Tutte le creazioni che gli sciamani riuscivano a realizzare in virtù del rapimento estatico erano versioni rifratte, rese presenti e immediate, di quell’unico, miracoloso Albero, l’onnipresente centro vivificante da cui erano germogliate le loro stesse anime-fiore. E giacché l’Albero del Mondo era anche la Cosmica Pianta di Granturco e gli esseri umani stessi erano fatti di mais, il fine ultimo della Cosa Fiore Bianco era quello di rigenerare se stessa.
Considerando che tutti i fiori ricevono vita e nutrimento dalla pianta madre e che la Cosa Fiore Bianco inizia il proprio ciclo esistenziale nei rami ultraterreni dell’Albero del Mondo, in una condizione di spontanea dipendenza dallo stesso, gli sciamani maya potrebbero aver creduto che l’anima si originasse in un paradiso affine all’Eden «albero-seno» dell’antica mitologia egizia. Forse è il ricordo di questa preesistenza nel paradiso, così comune a tanti culti, a destare negli uomini la sete del ritorno.
Una volta approdata alla dimensione terrena, l’anima incarnata soffriva un brusco risveglio, soggetta com’era all’attacco immediato dei demoni infernali.
L’anima maya era bandita dal paradiso e scagliata nel vivo della battaglia tra le forze della creazione e le potenze dell’eversione, con il compito di affrontare i mali esterni delle infermità e della morte e quelli interiori della stoltezza, dell’arroganza e della paura, effetti pestiferi dei Signori della Morte che portava innati in sé. Lo spirito poteva contribuire all’ininterrotta creazione nei modi più svariati, governando, guerreggiando, curando, dedicandosi all’agricoltura, generando figli, insegnando, creando oggetti di verità e bellezza. Fondamentalmente, accresceva l’inesausto trionfo di ch’ulel in espansione, maturando se stesso attraverso lo studio e il legame estatico con le divinità.
L’anima-fiore matura degli insegnamenti maya è in tutto e per tutto simile al «fiore d’oro» e al «corpo sottile» del misticismo orientale, nonché al «Corpo di Resurrezione» del cristianesimo. Con questo Corpo di Resurrezione pienamente sviluppato, l’anima umana non solo avrebbe offerto un contributo personale alla creazione e ricreazione del mondo, ma sarebbe stata pronta per rigenerare se stessa oltre la soglia della morte corporea.
Lo sciamanesimo, il potente processo psicologico e spirituale di ricreazione del cosmo e di trasformazione della morte in vita in tutte le dimensioni della Realtà, era la forza dinamica soggiacente a ogni singolo aspetto dell’antica quotidianità maya, che senza fallo esigeva il sacrificio dello sciamano-creatore, la sua disponibilità a lasciarsi colpire dalla terribile folgore divina, a scendere nell’Abisso per rendere l’ultimo respiro nel Buco Nero posto al suo centro. Nelle sue forme innumerevoli (emotiva, spirituale e fisica) la morte era il prezzo che tutte le persone creative erano costrette a pagare per poter assurgere allo status di «Signori della Vita».
Il telos [il fato] dell’uomo come individuo è determinato dalle sue decisioni prese nel corso dell’esistenza sulla base delle potenzialità offertegli dal destino.
A detta dell’erudito, l’incapacità di pervenire a un’Esistenza superiore e alla creatività (il «positivo»), rimanendo invischiati invece nei vizi dell’ignavia, della distruttività, dell’inautenticità (il «negativo»), ha come sua conseguenza la «morte eterna». Questa combinazione di termini – [«morte eterna»] – significa morte «discosta» dall’eternità, il fallito raggiungimento dell’eternità… In quanto tale la morte eterna è una minaccia personale per chiunque sia avvinto alla temporalità, incapace di trascenderla.
Si apprende che l’anima non può rivestire la piena identità divina se prima non approda nel mondo supero, trasfigurandosi in esso, proprio come il Primo Signore/Antenato, o, in altri termini, se non ha raggiunto quella che altre fedi definiscono la «Coscienza di Cristo», la «Coscienza del Buddha» o la «Coscienza universale». Agli occhi dello sciamano, si è visto, la conquista di tale livello trascendentale di consapevolezza costituiva il traguardo ultimo dell’esistenza.

La morte è l’enorme muro nero contro cui si frantumano tutte le esistenze. È la fine verso cui ciascuno si precipita, con le proprie conquiste, le proprie speranze e le proprie delusioni, i propri amori e le proprie profonde avversioni, con le proprie benamate identità. E, andando a schiantarsi contro quel compatto muro di impenetrabile silenzio, si finisce per spezzarsi, dissolversi;ciò che più ci distingue singolarmente è il modo in cui sappiamo affrontare questa verità.Tutti siamo condannati a morire.

A conti fatti, la strategia più subdola adottata dalla morte per sopraffare lo spirito consiste nel persuadere gli esseri umani della sua inesistenza. Essa ci può tendere un’imboscata nascosta nell’ombra, mentre siamo distratti dal mondo diurno delle preoccupazioni e degli impegni terreni. Ma se impareremo a vederla, a scorgerne la realtà, le menzogne, a cogliere la gravità della sua minaccia e a comprenderne il potenziale vantaggio procreatore, essa diverrà per noi un grosso sprone a condurre un’esistenza più vitale e più pienamente terrestre, nonché una vita eterna beata.
I Maya si sforzavano di mantenere una consapevolezza costante della morte attraverso il salasso, la tortura dei prigionieri di guerra e il sacrificio umano. La sola, autentica possibilità di salvezza consisteva nell’affrontare il peggio a testa alta, con onestà, senza sotterfugi, senza indietreggiamenti. Se davvero la speranza ha un fondamento, era loro convinzione che quest’ultimo potesse rinvenirsi soltanto nel fulcro più tenebroso e sinistro dell’Abisso cosmico.

In antico, un buon numero di popoli credeva nell’esistenza di un re primevo, sacrificato e risorto per dare avvio alla nascita di una civiltà superiore. Questa nozione trova un suo diretto parallelo nell’idea che all’origine della creazione del cosmo vi fosse un divino sacrificio del sangue: l’immolazione del re primitivo sarebbe stata una replica di quella iniziale «passione» divina. Così, al pari della Cosa Sacra e del primo sovrano del genere umano, l’Antenato rappresentava l’anello di congiunzione tra la lotta per la vita e per la morte dispiegantesi in seno all’Ente Divino e la creazione di una civiltà più elevata.
Freud affidò la spiegazione di questa onnipresenza nella mitologia universale del re-dio morente e risorgente alla sua ormai celebre teoria dell’uccisione del «padre primitivo» da parte dei figli nel corso dell’«orda primigenia».
Dalla prospettiva maya, fino a che rimarranno fermi a tale stadio evolutivo, gli esseri umani non saranno che lignee espressioni della morte, destinati a scomparire, proprio come accadde alle figure della seconda creazione. L’abilità tecnica non può essere un valido sostituto della passione creativa.
Al pari delle «prove e delle tribolazioni» di Satana, l’imbroglione e l’avversario delle tradizioni spirituali occidentali, gli stratagemmi di Hun-Camé/Vucub-Camé sono intesi a saggiare la maturità spirituale dell’Antenato. Per quanto incomprensibile, la morte contribuisce in fin dei conti al perseguimento dello scopo della vita, ossia alla creazione di un Essere più intenso.
L’accettazione della ferocia, e del dolore, invogliava ad ammettere che, alla fin fine, non vi è scampo a queste crude realtà, che i «veri uomini» sono tenuti a fronteggiarle, a sentirle fin nell’ultima fibra del proprio essere, a interiorizzarne gli insegnamenti e a trasformarli in un bene maggiore… per sé, per le proprie comunità, per l’intero creato.
Era convinzione maya che scopo degli assalti della morte in questa esistenza fosse quello di mettere alla prova la robustezza della Cosa Fiore Bianco in via di sviluppo.

Assieme, le due visioni dell’anima trionfante sintetizzano l’antico ideale maya dell’Essere umano nella sua pienezza, una pienezza che incarna in sé tutte le componenti dell’essere, sì da renderci creatori, anziché distruttori, della vita. Fatto alquanto comprensibile, la gran parte della gente trascorre il grosso della propria esistenza nell’intento di sfuggire alla sofferenza. Questo modo ingenuo di rapportarsi al dolore, tuttavia, porta alla paralisi e alla paura spirituali e psicologiche, come ebbero modo di scoprire gli sciamani maya. Chi, alla fin fine, si dimostra incapace di riconoscere nei turbamenti una componente ineludibile del vivere, finirà per diventarne una sicura vittima. In un certo senso, la mentalità vittimistica caratteristica ormai della cultura occidentale può considerarsi il prodotto di un rifiuto nevrotico dell’inevitabilità di sofferenza e spietatezza.

L’unico interrogativo legittimo è il seguente: il dolore ha senso o è piuttosto casuale?
Se, come i Maya, si crede che la sofferenza abbia un suo significato, si potrà trasformarla in un trionfo gioioso dell’Essere. In caso contrario, ci si ritroverà a vacillare sull’orlo della disperazione.
Se veramente esiste un che di terribile e di sanguinario nel cuore di ciascuna anima umana, un certo sadismo che chiede di essere soddisfatto, la sua rimozione, ricusazione o demonizzazione non ne garantirà certo l’abolizione, ma lascerà sempre aperta la possibilità di un suo riaffioramento in superficie, magari sotto mentite spoglie.

Secondo Jung l’umanità civile non ha altra scelta che riconoscere il proprio lato oscuro e integrarlo in maniera controllata nella personalità cosciente. Durante questo processo di integrazione, l’aspetto umbratile della personalità umana subisce una trasformazione… proprio come sostenevano gli antichi saggi maya, per i quali la capacità della Cosa Fiore Bianco di introiettare le peculiarità della morte ne accresceva la forza, potenziandone inoltre le facoltà di amare e di portare a compimento la propria creatività.
Gli insegnamenti maya possono sembrare forse inammissibili a chi è stato educato alla religione del «porgere l’altra guancia». Eppure non sono pochi gli psichiatri convinti che il problema non sia già da rintracciarsi in un eccesso in noi di ferocia, malgrado l’attuale profusione di esempi di estrema disumanità, ma bensì in un difetto di «malvagità», soprattutto quando si tratta di soddisfare le esigenze personali;per riconoscere il giusto grado di barbarie presente in seno all’anima è assolutamente indispensabile saper guardare se stessi e il prossimo sotto una luce nuova, forse più preoccupante. Non si assiste alla vittoria della vita a scapito della morte se non si intraprende la terza discesa (a cui in ogni caso è impossibile sottrarsi) in piena coscienza e con intenzionalità, assumendosi la responsabilità della propria terribile bellezza.

Nell’ottica maya il gioco della palla e il gesto sacrificale con cui si concludeva costituivano un esempio edificante di come gli esseri umani avrebbero dovuto vivere la propria esistenza.
Anche Jung, come gli antichi sciamani, mise in guardia contro il pericolo di voler essere esclusivamente buoni, una pretesa che conduce alla paralisi dell’anima stessa. Il rifiuto della responsabilità di essere se stessi e il tentativo di pervenire a una sorta di integrità ferocemente benevola è per Jung il peggiore di tutti i mali morali, poiché trascina il soggetto a un’espressione inconscia dei propri oscuri impulsi.
Se davvero al fulcro di tutte le spiritualità riposa l’estasi sanguinaria del sacrificio umano, come suggeriscono i miti originari della morte e della resurrezione di un dio salvatore, si impone allora la necessità di rivivere, in un modo o nell’altro, l’esperienza del suo potenziale di trasformazione dell’anima.

La gran parte di noi crede nella vita oltre la morte.
Ma chissà se la gente ci crede realmente!?
 A mio avviso il detto «i fatti la dicono più lunga delle parole» è una grandissima verità.
Non è forse evidente che tutto ciò che concerne il vivere una vita sana, la dieta, una corretta alimentazione, gli sforzi per avere «un corpo scolpito» sono diventati un’ossessione per milioni di persone?
Se veramente non avessimo dubbi sull’esistenza di una vita oltre la morte, saremmo così freneticamente attaccati al corpo?

I Maya erano realmente convinti dell’immortalità oltre la tomba. Come i primi cristiani, sapevano bene che «molti sono chiamati, ma pochi eletti». L’unico interrogativo degno di rilevanza per loro, come per i fedeli più perspicaci di qualsiasi culto, era il seguente: «Cosa mi manca per essere “eletto”?». La risposta degli sciamani era: l’accettazione della morte da uno stato di Esistenza intensificata.

L’Antenato è la Cosmica Pianta di Granturco/Corpo di Resurrezione dell’universo e di tutte le anime vincenti. E il Guscio della Tartaruga Cosmica è il seme di mais sovrannaturale che si schiude per consentire al Corpo di Resurrezione di ergersi nel mondo della vita eterna. Esso, inoltre, è il corpo fisico, quel corpo che, colpito dalla saetta della morte, si squarcia e, deteriorandosi, libera l’anima. È il Luogo del Sacrificio del Gioco della Palla, strappato perché noi, i «terminati», possiamo ascendere nel terrificante Vuoto dopo aver accolto a braccia aperte il nostro annichilimento.
Dal momento che ciascuna anima umana era epifania della visione dell’Ente Divino, un’immortalità di qualche sorta era assicurata a tutti, persino ai perdenti sprofondati nella morte eterna.
Si è visto che, stando al Popol Vuh, l’universo fu sacrificato e ricreato tre volte. La sua evoluzione successiva a ciascuna creazione, con l’anima umana divenuta di volta in volta più complicata, più ricca, più divina, sembra suggerire l’esistenza di una sorta di processo di reincarnazione, per lo meno a livello collettivo. Ma poiché l’anima individuale era concepita come la versione in miniatura del cosmo, e poiché, in definitiva, nell’anima era racchiuso l’universo, il mito sciamanico di un mondo riciclato celava forse degli insegnamenti segreti anche riguardo alla reincarnazione personale.
Eppure, comunque la pensassero a tale riguardo, non vi sono dubbi che il traguardo supremo per loro fosse la liberazione finale e la redenzione in una vita eterna di beatitudine. L’approdo nel paradiso, in altri termini, era il completamento del processo di recupero terreno della vista divina dell’anima e di realizzazione delle potenzialità divine.
Jung sosteneva che i sentimenti di compiutezza ed equilibrio, nonché la soddisfazione derivante dal saper integrare gli impulsi più oscuri della personalità con gli «ideali dell’ego» e l’aspetto maschile con quello femminile, sono indici dell’avvenuto raggiungimento dell’anima del proprio fulcro eterno.
Nelle antiche dottrine maya tutti questi sentimenti erano espressioni della coscienza estatica divina. Nell’estasi l’anima trascendeva il magnifico terrore degli opposti nella vita terrena, realizzando un vero e proprio ritorno a «Casa». Questa «Casa», sempre e in definitiva in seno all’anima stessa, all’anima che cinge l’universo, è la condizione di unità ultima dello spirito con l’Ente Divino in tutto il Suo cupo e smagliante splendore.

Forse, se ognuno fosse in grado di incanalare le proprie energie in favore della vittoria della vita a discapito della morte (per se stessi, per il prossimo, per il mondo intero), costui riuscirebbe ad ascendere alla dimensione della luce eterna, portandosi appresso l’universo tutto.

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